Paura - Alleata o nemica?




Cos'è la paura?

“Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza” [Galimberti]. 

Essendo un praticante di Parkour ho a che fare con la paura quotidianamente, ogni allenamento la trovo lì pronta a svolgere il suo dovere, a farmi venire dei dubbi, a pormi delle domande. Così mi obbliga a stare un po’ più attento, a scavare a fondo dentro di me e domandarmi: “posso farlo? Ne sono capace? Accetto il rischio?”. E così prendo la mia decisione positiva o negativa. A volte prendo la paura e la metto da parte, smetto di ascoltarla perché diventa come la voce di una mamma troppo apprensiva ed è bene non darle peso. Altre volte invece ha ragione lei e frena quell’impeto istantaneo riportandoti in una situazione di controllo e saggezza.

La paura, come qualsiasi praticante di parkour può confermarvi, è una grande alleata. Una fedele compagna di viaggio e non è per nulla un qualcosa di negativo; almeno fin quando siamo in grado di gestirla.

Ma siamo tutti in grado di gestire la paura?

Prima di rispondere a questa domanda facciamo un passo indietro e domandiamoci: da dove nasce la paura?

Mi sono fatto l’idea che possiamo distinguere due elementi da cui nasce la paura:

1 – Innata; ossia la nostra predisposizione genetica e naturale a provare paura.

2 – Affettivo-relazionale-educativa; questo aspetto deriva dalla storia dell’individuo, come è cresciuto, come è stato supportato durante i primi traumi o eventi difficili. Qui di seguito trovate un estratto da Wikipedia riguardo questo punto:

“Le paure possono essere legate a un trauma specifico. Ad esempio la paura del cane può essere legata a un episodio aggressivo da parte di questo animale, vissuto dal bambino. Tuttavia buona parte delle paure non sono legate ad alcun trauma specifico. Esse nascono da una sofferenza interiore del bambino, dovuta ad un'educazione non idonea o ad un ambiente particolarmente disturbato, stressante o che presenta, o ha presentato in passato, scarsa attenzione e considerazione nei confronti dei suoi bisogni affettivo – emotivi. Questa sofferenza genera in lui un'immagine negativa, e quindi paurosa, del mondo che lo circonda.

Le paure, inoltre, possono nascere da un contagio genitoriale o familiare: le ansie e le paure dei genitori o dei familiari si riversano sui più piccoli, generando anche in questi ansie e paure, sia per imitazione sia a causa di un ambiente particolarmente stressante e angoscioso, poco o nulla confacente ad un sano sviluppo, nel quale i bambini sono costretti a vivere.”


Dal mio punto di vista questo ultimo punto, ossia il contagio delle paure e delle ansie da parte dei genitori è un punto fondamentale. Immaginatevi nei miei panni, di coach di Parkour, e di dover insegnare ad un bambino a saltare fra degli ostacoli o scavalcarli in corsa. Ora immaginate che quel bambino sia stato cresciuto da genitori estremamente apprensivi. Potete immaginare quanto sia difficile estirpare dalla mente di quel bambino tutti quei “stai attento che cadi!!!” – “ti fai male” – “Se cadi da lì muori” (l’ho sentito realmente dire da una madre ad una bambina che camminava vicino agli scogli, davanti il mare, con una possibile caduta da un’altezza massima di un metro).

È indubbiamente un lavoro estremamente complesso e articolato, strappare via quella paura e quella percezione alterata della realtà è un processo lungo, ma si può fare, e si possono ottenere grandi risultati.

In primo luogo penso che la prima causa della paura sia il fatto di non conoscere a cosa si va incontro. Pensiamo alla prima volta che abbiamo guidato la macchina in città, faceva paura no? Non sapevamo a cosa stessimo andando incontro, quanti imprevisti sarebbero potuti capitarci! Eppure ci siamo lasciati andare, abbiamo affrontato la cosa ed una volta presa dimestichezza è diventato facile, automatico.

Pensiamo alla prima volta che abbiamo preso l’aereo… che terrore decollo e atterraggio! E ora dopo qualche anno ci addormentiamo ancor prima che l’aereo si stacchi da terra.

Le cose che non conosciamo, con le quali non abbiamo dimestichezza, ci fanno paura. È normale e non dobbiamo vergognarcene.

Nel Parkour ad esempio è normale che un salto nuovo ci faccia bloccare o che camminare a 3 metri di altezza in equilibrio su un tubo ci faccia girare la testa dalla paura. Ma allora cosa bisogna fare? Girarsi e cambiare sfida? Dire “non fa per me” e tornare all’interno della comfort zone? Ognuno è ovviamente libero di farlo, ma sarebbe un po’ come iscriversi all’università e poi non dare gli esami per paura dei professori. Puoi farlo, ma non è il massimo, ecco.

Il mio consiglio è quindi quello di iniziare un dialogo con la paura. Mettiamo il caso che io voglia camminare sul suddetto tubo a 3 metri di altezza. La prima volta salirò lassù reggendomi con le braccia distese ed il tubo all’altezza del bacino, guarderò giù, le mani cominceranno a sudare, le braccia a tremare e scenderò giù. Non sconfitto, ma paziente. Ho cominciato la contrattazione con la mia mente. La sto lentamente condizionando ad una situazione nuova e “vietata” da qualsiasi insegnamento comune ricevuto in famiglia o a scuola riguardo il concetto di sicurezza.

Questo processo posso ripeterlo quante volte voglio.

Successivamente, una volta lassù proverò a tirare su una gamba o a sedermi sul tubo e attendere qualche minuto. La paura crescerà sempre di più e poi pian piano comincerà a diminuire.

Continuando questo processo che può durare ore, giorni o anni riuscirò finalmente a salire in piedi sulla sbarra. 

Questo condizionamento mentale non è facile applicarlo, molti di noi sono portati naturalmente, o sono indotti, a fuggire di fronte ad un rischio potenziale e la fuga è spesso la via più facile per risolvere i problemi, ma non è sempre la migliore.

Un salto che ci fa paura è come una persona che a prima vista ci sta proprio sulle scatole; se la ignorerete continuerete per la vostra strada, ma insistendo un po’, dandole una possibilità, potrebbe rivelarsi la vostra migliore amica.

A questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale: “siamo tutti in grado di gestire la paura?”

In linea generale penso proprio di sì, ma dipende da una infinità di variabili fra cui principalmente una: la motivazione.
Sono disposto a mettermi in gioco a tal punto da diventare un buon amico delle mie paure? Sono disposto a dedicarvi tempo ed energia?

Ma ci sono anche altri due punti per me molto importanti:

1- La consapevolezza delle proprie capacità. È naturale che essere consapevoli di poter fare un salto di precisione di due metri (di lunghezza) a livello del terreno, con grande sicurezza e consistency (capacità di replicare lo stesso salto con estrema precisione e qualità più e più volte) mi consenta di fare un salto di precisione di due metri di lunghezza anche a cinque metri d’altezza senza provare una paura eccessiva.

2- La paura auto-evocata. Quando la paura non sorge spontanea è necessario risvegliarla. So che può sembrare assurdo pensare di andarla a punzecchiare mentre dorme, ma in realtà è assolutamente necessario. Quando si affronta un salto “rischioso” che magari abbiamo già fatto 100 volte la paura potrebbe non presentarsi, ed è in quel momento che invece abbiamo bisogno di lei, per valutare insieme se siamo nelle giuste condizioni psicofisiche o se magari è cambiato qualcosa nell’ambiente che dovremmo notare prima di saltare (condizioni del punto di stacco/punto di atterraggio ecc.)

In conclusione quindi posso dirvi che la paura è una fedele compagna di viaggio. Immaginatela come fosse un cane.
È fedele, resta con voi perché vi vuole bene e perché la nutrite costantemente, ma se non siete in grado di educarla scapperà dal vostro controllo, proverete a chiamarla a gran voce, a inseguirla e rimproverarla e quando alla fine l’avrete rimessa al guinzaglio sarete così stanchi da aver soltanto le forze per riportarla a casa, al sicuro, e crollare sul divano.
Ma se sarete in grado di educarla, sarete inseparabili e conquisterete qualsiasi sfida.

Commenti

  1. Credevo di aver commentato ieri, invece scopro di no. Comunque bell'articolo (e sopratutto belle foto :P ) !! Sopratutto le ultime righe sul non abbandono della paura. L'unica cosa che mi lascia perplesso è quella che chiami paura 'innata' che, dal mio punto di vista non esiste proprio! Se ci pensi un bambino non nasce con la paura, sono le esperienze che vivrà a renderlo pauroso o no un giorno. Il bambino non ha paura perchè non ha un passato da cui trarla questa paura e non ha un futuro su cui riggettarla. Però chissa magari una predisposizione genetica può accelerare questo processo di esperienza = paura

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    1. Ciao Peppe, grazie di aver condiviso nei commenti il tuo pensiero!
      Il tuo è un ottimo punto, ho scritto così perché in fondo tutti noi abbiamo delle caratteristiche più o meno accentuate e che penso derivino dal nostro essere "animali" e come tutti gli animali abbiamo delle reazioni istintuali proprie del nostro genoma.
      ad esempio dai un'occhiata qui: https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-paura-di-ragni-e-serpenti-e-davvero-innata

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    2. Assurdo! Molto molto interessante!

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