Solitudine
È un venerdì sera, sono seduto sul divano e tutto d’un tratto sento accanto a me la presenza, quasi fisica, di qualcuno o qualcosa. Una densità dell’aria anomala. La guardo, non la vedo, allungo la mano ma non la tocco anche se so che c’è.
Ho le membra stanche, il corpo chiede pietà, ma la mia mente
difficilmente trova riposo, tranne se consapevolmente mi fermo a contemplare il
respiro, con calma.
La presenza che sento al mio fianco è in realtà un’assenza.
Uno spazio vuoto è uno spazio non riempito.
È uno spazio che prima ospitava qualcuno e adesso non lo fa più.
Sento una stretta allo stomaco, stringo un po’ la mascella.
Respingo quella sensazione, la allontano come per fuggirne
ma senza muovermi, come per fuggire da un pensiero, ma come si fugge un
pensiero?
Me ne rendo conto ed allora provo compassione e accoglienza.
Sento che fuggire non va bene - non è possibile - e allora mi accolgo e
raccolgo.
La stretta allo stomaco allenta un po’ la sua presa, riempio i polmoni e penso
che ogni cosa ha il suo tempo, che ogni strada porta da qualche parte, che la
strada appare e si rivela solo se continui a percorrerla, che se ti fermi non
saprai mai cosa c’è dietro quell’angolo e poi dietro quella collina e poi lì dietro
e di là ancora.
La presenza c’è ancora ma stavolta le voglio un po’ più di
bene.
C’è ancora ma stavolta sento l’amore intorno che permea tutte le cose.
Sento il calore della testa del mio cane sulla coscia. Io sono il suo centro e
per un attimo mi rendo conto che esistiamo uno per l’altro. Non è qualcosa di
straordinario?
Siamo due esseri perfettamente imperfetti legati da un filo invisibile eterno e
indissolubile.
Succede questo quando due esseri si amano. Restano legati per sempre, non
importa la distanza, non importano le parole che si sprecano nel flusso della
nostra esistenza.
Alcune corde non si spezzano, alcune presenze si trasformano in presentissime
assenze. Le percepisci quando l’aria assume una sua densità specifica, quando
diventa un po’ più difficile da inalare.
La condizione che sto descrivendo si percepisce in
solitudine.
Parola terribile e terrificante.
Solitudine.
Viene vista come un fallimento, il trauma di qualcuno che soffre la solitudine.
Qualcosa che non viene frequentemente pensato invece è che questa condizione
offra una opportunità straordinaria di ascolto: lo stomaco che si chiude, la
mascella che si serra, i polmoni che inalano un fluido troppo denso per essere
ossigeno, sono la conversazione con noi stessi che ci fa capire di più.
Se non la rifuggi, se accogli le sue parole e ne comprendi l’origine, si
trasforma in maestra.
Una maestra che insegna che non c’è pieno senza il vuoto, che non c’è luce
senza il buio, che per far spazio al nuovo bisogna lasciare andare il vecchio.
Passo una notte ed un giorno in compagnia della mia solitudine.
Dialoghiamo come due amici che si confidano i loro segreti più scomodi e
disonorevoli.
Lascio che entri nella mia veglia e nel mio sonno.
Poi, dopo lunghi confronti, d’un tratto, mi ritrovo solo.
Sorrido.
Il senso di solitudine mi ha lasciato ed ora percepisco il pieno.
Medito sul mio vuoto.
Medito sul mio pieno.
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