Dolore: condizione fisica o mentale?

Cos’è il dolore?
Il dolore è una condizione fisica o mentale?
Eccheneso, sarà la vostra risposta. Fatto sta che quando sbatto, cado, mi taglio, provo inevitabilmente dolore. Ma il dolore che provo è realmente così tanto? O in qualche modo sono io ad enfatizzarlo mentalmente?
Quando diventiamo adulti pensiamo ormai di avere capito come funzionano le cose, di avere il controllo e invece al 90% non ci abbiamo capito una mazza. Infatti ciò che più ho imparato sul dolore non è stato grazie alla sapienza degli anni, ma grazie ai bambini.
Eh sì, gli adulti saranno pure i detentori del “sapere”, ma i bambini ti fanno capire molto più!
Che intendo? Come alcuni di voi già sanno insegno parkour e acrobatica già da diversi anni, ed alcune delle mie lezioni sono per bambini. E lì il “laboratorio” è fenomenale!
Come in tutti gli sport capita di cadere, sbattere un ginocchio o “stincare” un atterraggio. Ovviamente fa male, ma quanto?
Quando fai lezione con gli adulti tendi a pensarla come “soglia di sopportazione del dolore”, un qualcosa di naturale ed innato (che ha pure un suo senso, ma limitarsi a quella secondo me è sbagliato). Ad esempio: Pinuzzo di 25 anni sbaglia un salto e dà una ginocchiata su un ostacolo di legno: dolore, disperazione, mettiamo il ghiaccio.
- “No Gae, troppo male, non si può capire”.
- “Ok, figurati. Riposati e torna appena te la senti”.
Cinque minuti dopo tutto è passato e l’allenamento riprende. Ma se il dolore è scomparso in 5 minuti, era realmente così atroce? Secondo me no e vi spiego pure il perché facendovi l’esempio della mia esperienza con i bambini.
Mettiamo caso che un bambino di 8 anni sbagli un salto, cada e sbatta il ginocchio come ha fatto precedentemente il nostro buon Pinuzzo. Anche il bambino si accascia, dolore, disperazione e strazio. Ma poi io, in veste di coach e quindi che godo della fiducia del piccolo, vado lì e dico:
- “Fammi vedere, woow hai dato una bella ginocchiata! Ma fregatene, non è nulla!”.
- “Ma come faccio a fregarmene?! Fa male!”
- “Facciamo così, fai finta che il dolore non esista ;)”
- “Ok :)”.
E vi giuro che questa conversazione è successa per davvero, in numerose occasioni e con diversi bambini!
Con il bambino quindi non è neanche stato necessario far passare quei 5 minuti per riprendersi, è bastato giocare con la mente e dire: “il dolore non esiste” e… puff. Scomparso!
Questo fa capire un sacco di cose su noi stessi, sull'educazione che i genitori danno ai propri figli e su quanto questa possa influire perfino sulla percezione fisica del dolore che essi proveranno per tutta la vita! La percezione del nostro corpo quindi è spesso falsata e dipende in fondo dalla nostra attitudine verso di esso nonché dalla nostra educazione.
Ebbene sì, come veniamo educati fa la differenza fra un “aaah un dolore mostruoso” ed un “mpf, botterella. Stica.”
Quindi in definitiva sono arrivato alla conclusione che: il dolore è questione di educazione.
Mosso dalla curiosità e dal curioso risultato di questa mia esperienza ho deciso di documentarmi un po’ di più ed ho scoperto che effettivamente il dolore può essere descritto attraverso tre componenti:
1. una componente sensitivo-discriminativa che consente di localizzare lo stimolo e di quantificarne qualità ed intensità; e qui stiamo parlando delle vie sensitive che tramite i nocicettori ed i neuroni afferenti portano l’informazione dolorifica all'encefalo.
2. una componente affettivo-emozionale: Questo aspetto andrebbe indagato più a fondo, ma si può associare allo stato emotivo della persona nel momento in cui prova dolore o si è infortunata.
3. una componente cognitivo-valutativa, che consta nella capacità di valutazione del dolore a seconda dell'educazione ricevuta e del contesto sociale.
Questo ultimo punto conferma quanto ho potuto osservare durante la mia pratica di coaching;
Che intendo? Come alcuni di voi già sanno insegno parkour e acrobatica già da diversi anni, ed alcune delle mie lezioni sono per bambini. E lì il “laboratorio” è fenomenale!
Come in tutti gli sport capita di cadere, sbattere un ginocchio o “stincare” un atterraggio. Ovviamente fa male, ma quanto?
Quando fai lezione con gli adulti tendi a pensarla come “soglia di sopportazione del dolore”, un qualcosa di naturale ed innato (che ha pure un suo senso, ma limitarsi a quella secondo me è sbagliato). Ad esempio: Pinuzzo di 25 anni sbaglia un salto e dà una ginocchiata su un ostacolo di legno: dolore, disperazione, mettiamo il ghiaccio.
- “No Gae, troppo male, non si può capire”.
- “Ok, figurati. Riposati e torna appena te la senti”.
Cinque minuti dopo tutto è passato e l’allenamento riprende. Ma se il dolore è scomparso in 5 minuti, era realmente così atroce? Secondo me no e vi spiego pure il perché facendovi l’esempio della mia esperienza con i bambini.
Mettiamo caso che un bambino di 8 anni sbagli un salto, cada e sbatta il ginocchio come ha fatto precedentemente il nostro buon Pinuzzo. Anche il bambino si accascia, dolore, disperazione e strazio. Ma poi io, in veste di coach e quindi che godo della fiducia del piccolo, vado lì e dico:
- “Fammi vedere, woow hai dato una bella ginocchiata! Ma fregatene, non è nulla!”.
- “Ma come faccio a fregarmene?! Fa male!”
- “Facciamo così, fai finta che il dolore non esista ;)”
- “Ok :)”.
E vi giuro che questa conversazione è successa per davvero, in numerose occasioni e con diversi bambini!
Con il bambino quindi non è neanche stato necessario far passare quei 5 minuti per riprendersi, è bastato giocare con la mente e dire: “il dolore non esiste” e… puff. Scomparso!
Questo fa capire un sacco di cose su noi stessi, sull'educazione che i genitori danno ai propri figli e su quanto questa possa influire perfino sulla percezione fisica del dolore che essi proveranno per tutta la vita! La percezione del nostro corpo quindi è spesso falsata e dipende in fondo dalla nostra attitudine verso di esso nonché dalla nostra educazione.
Ebbene sì, come veniamo educati fa la differenza fra un “aaah un dolore mostruoso” ed un “mpf, botterella. Stica.”
Quindi in definitiva sono arrivato alla conclusione che: il dolore è questione di educazione.
Mosso dalla curiosità e dal curioso risultato di questa mia esperienza ho deciso di documentarmi un po’ di più ed ho scoperto che effettivamente il dolore può essere descritto attraverso tre componenti:
1. una componente sensitivo-discriminativa che consente di localizzare lo stimolo e di quantificarne qualità ed intensità; e qui stiamo parlando delle vie sensitive che tramite i nocicettori ed i neuroni afferenti portano l’informazione dolorifica all'encefalo.
2. una componente affettivo-emozionale: Questo aspetto andrebbe indagato più a fondo, ma si può associare allo stato emotivo della persona nel momento in cui prova dolore o si è infortunata.
3. una componente cognitivo-valutativa, che consta nella capacità di valutazione del dolore a seconda dell'educazione ricevuta e del contesto sociale.
Questo ultimo punto conferma quanto ho potuto osservare durante la mia pratica di coaching;
Gli adulti che già hanno una loro personalità e sono già in una fase “post-educativa” hanno un loro modo di reagire al dolore, che può essere più o meno accentuato.
I bambini invece che sono nella loro fase di “formazione della personalità” sono molto più plasmabili e qui entra in gioco il ruolo fondamentale dei genitori e degli educatori che devono dargli gli strumenti per comprendere come reagire agli imprevisti ed al dolore. Quest’ultimo non va mai sottovalutato, ma allo stesso tempo non va assecondato eccessivamente, perché in qualsiasi disciplina, sport, arte marziale o attività umana proveremo una certa quantità di dolore ed è bene imparare ad averci a che fare prima possibile e nel migliore dei modi.
E fin qui vi ho parlato soltanto del dolore fisico che forse rappresenta l’aspetto più semplice della faccenda, la punta dell’iceberg, ma che dire quando parliamo di dolore psicologico? Di frustrazione? Come cambia questo aspetto in base all'età ed in base all'educazione?
Ma questo è un altro discorso…
E fin qui vi ho parlato soltanto del dolore fisico che forse rappresenta l’aspetto più semplice della faccenda, la punta dell’iceberg, ma che dire quando parliamo di dolore psicologico? Di frustrazione? Come cambia questo aspetto in base all'età ed in base all'educazione?
Ma questo è un altro discorso…
Ben scritto e veramente interessante! La componente culturale/educativa della percezione e della manifestazione del dolore è un particolare su cui bisogna riflettere e lavorare sempre di più!
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