La competizione nel Parkour. Si o no?

Sono un praticante di Parkour ormai da svariati anni ed un tema che è sempre stato ricorrente è: la competizione ci sta? o no?
Sono state fatte sull'argomento un milione di riflessioni, chiaramente c'è chi è pro, chi è contro e chi se ne frega.
A me la cosa ha sempre interessato poco, perché ero uno di quelli che amava saltare e divertirsi e che importa se gli altri competono in america o a Santorini.
Oggi però tutto è cambiato, vivo il Parkour ogni giorno, mi faccio promotore di una cultura del movimento che amo e che va ben oltre la prestazione fisica e la performance. Provo a far esplorare a chi mi segue dei concetti più profondi che sono lì: sotto la superficie della pratica spicciola. Della pratica dei salti. E per questo, in un mondo che evolve ad una velocità imbarazzante, sento di voler esprimere la mia idea al riguardo.

Perché il Parkour mi ha conquistato

La cosa che dieci anni fa mi colpì di più e mi portò a praticare questa meravigliosa disciplina era la libertà assoluta nel fare ciò che amavo, con persone con le quali ero in sintonia. Era magico come attraverso dei video di Youtube conobbi in pochi giorni decine di persone simili a me, che si muovevano con me e mi aiutavano a crescere. Eravamo uno stimolo l'uno per l'altro, percorrevamo insieme una strada che non avevamo idea di dove ci avrebbe portato, ma che ci faceva sentire dannatamente bene. 
Eravamo spiriti liberi che si muovevano senza regole, senza costrizioni, fuori da canoni di bellezza, fuori da ogni schema, facendo cose fuori da ogni immaginazione. 
Il fatto che non ci fossero regole, luoghi prestabiliti dove praticare ed ostilità fra le persone la rendeva la cosa più bella del mondo. 
Quando penso a quel periodo, nonostante le persone si siano adesso allontanate da me per un milione di motivi, non posso che farlo sorridendo. Con una grande gratitudine per ciò che è stato.

Perché l'argomento adesso mi interessa

L'argomento competizioni non mi ha mai colpito particolarmente da vicino, forse per colpa del fatto che, sembra una scusa ma è vero, vivo in Sicilia e le cose ci piombano addosso sempre in ritardo rispetto al resto del mondo o forse è perché questa disciplina sta adesso evolvendo ad una velocità ed in un modo che mi preoccupa. Dal coinvolgimento della FIG (Federazione Internazionale Ginnastica) alle piccole competizioni che prendono sempre più piede.
Ad aggiungersi a questo c'è il mio ruolo, non più di semplice praticante, ma di coach per Uniparkour (l'associazione che ho fondato insieme a splendide persone nel 2013) e in quanto tale sento una responsabilità sulle spalle. Ma soprattutto sento il bisogno di trasmettere quello che penso. 
Può essere che una cosa meravigliosa che portava in sé soltanto un messaggio di parità, di libertà ed entusiasmo debba oggi ridursi ad una corsa ad ostacoli o ad una pompa per l'ego?

La competizione: Cosa ne penso

"Sì, certo, ma secondo me la competizione può essere uno strumento per mettersi alla prova e migliorarsi."
Vi suona familiare? A me sì, è ciò che sento dire più spesso da chi è a favore delle competizioni.
Ora io non sono nemmeno del tutto contrario con questa affermazione perché è vero che ci si migliora, ma il problema è come questo avviene.
Penso che non sia tanto importante il risultato: migliorare. Quanto il processo che ci porta a quel miglioramento: Quali sono state le motivazioni che ci hanno portato ad impegnarci di più? Quali sacrifici ha comportato? Che difficoltà abbiamo incontrato durante il cammino?
Il percorso che facciamo ha un valore. O no?
Ma non è questo il punto che più mi preme.
Il Parkour è una disciplina estremamente complessa, fatta di esplorazione dell'ambiente, di scoperte che vengono da fuori e da dentro. L'allenamento è per lo più libero, creativo, sociale. È un universo. Così grande che è impossibile esplorarlo tutto in una singola vita.
Così penso che la competizione corra il rischio di ingabbiare i praticanti in uno spazio stretto, con muri alti, troppo alti per essere scavalcati. Di metterli su dei binari che portano un po' tutti nello stesso posto quando invece le vie da percorrere sarebbero infinite.
Pensate a come cambia l'allenamento di un praticante che comincia a competere. Il suo allenamento non sarà più mirato a soddisfare un bisogno personale, al superamento dei blocchi mentali che gli impediscono di raggiungere l'obiettivo prefissato o al puro gusto dellesplorazione, ma sarà mirato ad acquisire quelle "skills" che i giudici valuteranno con un punteggio più alto o quelle tecniche che lo renderanno più efficace nel percorso ad ostacoli. 
Io penso che sia una perdita enorme.
Significa avere a disposizione l'universo e decidere di chiudersi in una stanza.

Giudici di che?

Io nel mio lavoro definisco gli allievi "più esperti" e "meno esperti", non perché sia paraculo e non voglia sbilanciarmi sul "bravo" e "scarso", ma perché credo realmente nel fatto che il livello di abilità nella nostra disciplina sia una cosa personale.
Io sono fatto così, tu sei diverso da me, e questo è il bello. Non voglio stare lì a dire chi è migliore di chi. A questo ci pensa già a sufficienza la nostra società.
Proprio per questo motivo creare delle categorie, dare dei voti, premiare alcuni piuttosto che altri mi sembra fuori luogo.
Oltre al fatto che: chi sei tu, giudice, per dirmi quanto valgo? Chi ti ha conferito questa scienza e questa autorità?.

Spiragli e conclusioni

L'unico caso che posso comprendere è quello di un praticante che abbia voglia di mettersi alla prova e quindi partecipi ad una competizione una tantum per misurarsi con gli altri, vedere di cosa è capace in una situazione nuova, ma che mai e poi mai sacrifichi la bellezza della complessità per la vana gloria. 
In conclusione sono preoccupato che la bellezza della pratica per come l'ho intesa fino ad oggi resti una cosa per pochi, di nicchia, mentre la spettacolarità della performance sostenuta dalla potenza di Instagram e Co. abbia la meglio. 
Sono preoccupato che in questo periodo storico dove tutto è bianco o nero venga dimenticata la bellezza dei colori. 
Sono preoccupato che in un momento in cui si cercano soluzioni brutalmente semplici a problemi complessi, la bellezza delle differenze e della complessità vengano a perdersi.
Ma sono anche fiducioso, perché le persone mi dimostrano ogni giorno attraverso il lavoro con Uniparkour che i colori ci sono eccome e brillano nelle menti di molti. 
E i "molti" sono spesso silenziosi guerrieri che stanno nell'ombra e che costruiscono ed agiscono la giusta causa.

Namasté















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